IL
TEATRO DELLA SOALTÀ
Una
più generosa capacità di guardare
di
Gianfranco Perriera
La figlia di Indra, ne Il sogno di Strindberg – il dramma
prediletto e insieme la creatura del suo maggior dolore – scendeva giù in
terra, tra i mortali, “la stirpe scontenta e ingrata”, per conoscerne le pene e
strapparli al buio in cui scivolavano a causa del loro pesantore materico, per
scrostare l’anima del mondo dal fango in cui finiva per impelagarsi. Strano
fenomeno quello dell’esistenza terrena: multiforme, effimera e mutevole è la
vita, amata ed esecrata, essa trova il suo opposto, per Strindberg, nel
desiderio di ascesi. Per quest’ultimo la vita è un magma brulicante, da cui
liberarsi innalzandosi alle vette celesti, eppure ha tante attrattive e
lusinghe, non ultime quelle dell’amore, passione che avvince ed eleva. Un amore
troppo presto perduto, infatti – per la giovane attrice Harriet Bosse, sposata
nel 1901 e che lo abbandonò, incinta, dopo nemmeno due mesi – era la sofferta
ragione del dramma del drammaturgo svedese.
Dramma
del sogno era il titolo che Strindberg aveva scelto. Per non
lasciarsi travolgere dalla mancanza e dall’abbandono lo aveva composto, dando
vita ad un’opera onirica in cui, come scrive nella nota premessa al testo,
“tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile […] su una base minima di
realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi”. Nel luogo dove si sublima il
soffrire e dove si apre la via a ogni possibile, la figlia di Indra non
può che incrociare un poeta: non è infatti il poeta insieme il cantore e il
creatore di mondi? Non è la sua voce, insieme, la pietà, la malinconia e la gioia
per quanto di più prezioso (l’amore, il bene, il bello, il vero) sfugge
comunque alla presa dei mortali? Non è il poeta un fine ricamatore di sogni che
sanno leggere più addentro nel cuore del reale?
Sul finire del dramma
la figlia di Indra dialoga, dunque, con il poeta e della poesia rivela la
fragile essenza: “[la poesia] non è la realtà, ma più della realtà … - dice –
Non è un sogno, ma un sognare da svegli”. Ed è curioso – e non posso fare a
meno di sottolinearlo – che nel sogno da
desti Ernst Bloch leggeva una delle metafore più pertinenti all’utopia,
infatti “esso - scriveva ne Il principio
speranza - discende da un ampliamento del sé e del mondo indirizzato in
avanti, è voler star meglio, spesso è voler conoscere meglio in tutto e per
tutto”.
Di tali suggestioni che
invitano a una visione altra, Guglielmo Peralta raccoglie e rilancia l’invito
ne Il teatro della soaltà, lucido,
intrigante e ispirato volumetto che alla scena interiore – in un’epoca fatta
sorda e cieca alla riflessione e tutta rovesciata nel fuori, proiettata
nell’esteriorità, bombardata dalla multicolore e iperveloce effluorescenza di
effimere immagini – intende ridonare una rinnovata intensità, una poietica e
visionaria centralità. Soaltà è
l’aspirazione e l’ispirazione della scrittura di Peralta: una lucida
trascendenza che stia in equilibrio sulla sdrucciolevole buccia del nostro
tempo e del (nostro) reale. La parola deve riacquistare pregnanza e slancio,
pertinenza e intuizione.
Peralta ama giocare con
le parole, ama la loro crasi, ama – come il Platone del Cratilo – intrecciare figure etimologiche che ridiano spessore a
una lingua che rischia di imbolsire ed essiccarsi nei luoghi comuni o che si
trastulla nel simulare, illusivamente, il parlato quotidiano a scopi emozionali.
Questa mescolanza di parole, che fa sempre appello alla ragione, anela a
rimettere in contatto le forze separate dell’Essere, a ricomporre in un lieve –
e sornione – abbraccio i frammenti scomposti del mondo. Soaltà è la
congiunzione di sogno e realtà, dove il sogno deve, comunque, avere la
preminenza. “Essa – scrive Peralta nella Premessa
- elimina la contraddizione tra i concetti di realtà e sogno com-prendendoli
in sé nella loro identità, offrendo dietro le quinte una rappresentazione, che
apre il sipario sul mondo”. La soaltà è lo spazio in cui si guarda oltre la
superficie e, aprendone il sipario, l’interiore insieme si dispone alla visione e dispone la visione
dell’oltre. Teatro della soaltà è “rappresentazione di qualcosa che accade nella scena interiore”. Soaltà è quanto si
immagina, appare e si agisce nel risvolto della palpebra.
Teatro, nella sua
radice, contiene non soltanto l’idea del guardare, ma anche quella della
teoria: essa era la processione degli dei che sin dall’origine apparivano nella
cavità quasi materna di uno spazio circolare come quello greco; essa era la
delegazione ufficiale inviata dalle polis alle grandi celebrazioni; essa era ed
ancora è la formulazione, ragionata, di un modo di percepire, vedere,
organizzare e giudicare i fatti del mondo. Per tale ragione il teatro della
soaltà è teatro dello s-guardo, dove
la s è sia privativa che rivelativa.
Privativa, da una parte, in quanto sviluppa, scioglie, libera lo sguardo dalla
congerie dei percetti quotidiani, dalla nebbia delle inarrestabili immagini che
il virtuale contemporaneo ci rovescia addosso, relegando l’umano a registratore
passivo e divertito. Divertire proviene
da divertere: distratto, separato
dalla profondità del pensare e del com-prendere è lo spettatore contemporaneo. Il
mondo teletrasmesso, aveva in effetti annunciato Gunther Anders ne L’uomo è antiquato, si propone di “produrre una
serietà non-seria o una seria non-serietà”. Il mondo teletrasmesso
stordisce, ottunde e confonde il pensare. Il teatro della soaltà si cura di non farci
precipitare, magari col sorriso sulle labbra, nella rete del tramortimento. Per
questo – precisa Peralta – il suo
contrario è “Il teatro ‘leggero’, nelle sue varie forme e colorite espressioni
- cabaret, satira, farsa, vaudeville - [quello che] sollecita il riso e ci fa
divertire (divertĕre). Ci distrae, cioè, dalla profondità allontanandocene”.
Rivelativo, allora, dall’altra parte, è il teatro della soaltà perché a ciò che
sta dietro le quinte del reale ci richiama, perché di ciò che sta oltre la
superficie si fa appello e ciò che si è smarrito nelle pieghe rumorose e
vetrinizzate della realtà quotidiana si incarica di ri-presentare.
Esodo e quête è il teatro della soaltà. Un
viaggio, una peregrinazione dell’(e dall’) occidente – la terra del tramonto,
in questi ultimi tempi vissuto nel più acre e vano disincanto, ma che pure ha saputo conoscere
l’ombra e la notte, la mancanza delle verità e il dubbio metodico riguardo ad
ogni certezza senza smarrire il logos e il suo raccontare dell’universale,
l’ironia e la passione, la tradizione e la critica – verso l’oriente. Perché “l’est
«è» il verbo di luce, in ascolto del quale si pone lo s-guardo sulla scena
interiore. Affinché con l'«essere» il mondo impari a sognare”. Ritornare alle
fonti dell’essere, fare un tuffo nella luce rigenerante dell’origine che pure
rimane sempre nascosta è la sognante meta del teatro della soaltà. “La
filosofia – aveva scritto Heidegger – è en
route verso l’Essere degli enti, cioè verso l’ente rispetto all’Essere”.
Dallo stupore aveva avuto origine il filosofare e dello stupore è compagno
anche il poetare, ci ricorda Peralta. Un poetare che del logos sappia essere
amico.
Tra apertura e
nascondimento, Heidegger sottolineava, si muove l’arte del poeta. La sua arte, ci dimostra Peralta, è un
portare alla luce e un consacrare con levità, in un’epoca, la nostra,
che deve fare i conti con una lunga e sempre più svagata secolarizzazione. Di
questo est sempre sfuggente, di questo lago di luce che seppur ineffabile
sostiene la speranza e la voglia del dire e del canto, la scrittura di Peralta
si fa invito alla parola e alla poiesis. Una
scrittura che si vuole accogliente messa in forma, trasposizione, appello,
invenzione di quanto rimane velato sotto la superficie. Nel mare infinito dei
sogni bisogna naufragare senza perdere finezza e lucidità, per cogliere l’eidos, che “è l'idea, ed è la vista
dello s-guardo che si fa sogno e lógos. Tramite lo s-guardo, l'idea migra e
traluce nel grembo della parola. Si fa luce e ombra sulla scena del mondo”. La
parola più veggente è quella che si riconosce anche siepe che il guardo esclude.
L’ombra della parola sognatrice ma consapevole si fa esperienza della luce, è
prova del suo saper sagomare e anche del suo far disparire, del suo aprire e
del suo nascondere.
L’est è dunque non
soltanto Essere (comunque ancora bisognoso e creatore delle sue qualità, dei
suoi accidenti, del suo concretarsi) è anche est-etica, punto in cui si innesta, cioè, la pianta dell’etica, dove è possibile supporne il rigoglio, il caldo
splendore ‘estivo’. In quanto tale, l’est diviene lo spazio – la radura avrebbe
detto Heidegger – in cui avviene lo
spettacolo d’autore della bellezza/luce, quasi reminiscenza di ascendenza
platonica e plotiniana. A questo spettacolo il poeta dà voce nella soaltà. Di
questo spettacolo il poeta aumenta (auctor
da augeo) fa crescere,
coltivandoli, l’intensità e il brillio. Così che il Teatro della soaltà è
soprattutto filocalia: “nel teatro
della soaltà va di scena la Bellezza. Essa innamora lo s-guardo. Ed è luce
sacra, che apre il sipario nel mondo”. Si dà così rappresentanza e rappresentazione
a un progetto di auscultazione e visione del profondo. Un progetto di cartografia,
anzi, come scrive l’autore, di biografia
dello Spirito. Un proposito etico e pedagogico accompagna questo viaggio:
la paideia dello Spirito apre gli
occhi al sogno e dissipa la catalessi e la brutalità impiantata dal tempo
attuale.
In Minima moralia Adorno scriveva che “quando ci si sveglia nel bel
mezzo di un sogno, per quanto brutto e angoscioso potesse essere, si rimane
delusi e si ha l’impressione di essere stati defraudati della parte migliore”.
Certo, continuava il filosofo di Francoforte, i sogni rischiano di portare con
loro la coscienza della loro illusorietà. Ma proprio per questo anche i sogni
più belli “sono come solcati da crepe invisibili”. Essi discoprono nelle loro
cicatrici l’altrove, il possibile che gli umani tante volte obliano. Raccontano
forse la possibilità dell’impossibile? Resistono, forse, alla riduzione cinica
delle speranze e dei desideri degli umani?
Per dare una qualche
concreta possibilità a questa ipotesi bisognerebbe forse coniugare razionalità
e visionarietà, misticismo e illuminismo, come avrebbe fatto Walter Benjamin,
che “obbliga il concetto a operare esso stesso – come Adorno scrive in Prismi –
ad ogni istante ciò che altrimenti è riservato all’esperire
aconcettuale”?
Sul crinale tra slancio
dell’ispirazione e rigore razionale si gioca il sognare della soaltà. “Nel
teatro della soaltà lo s-guardo è la presa di coscienza che fa del sogno un
atto razionale”. Favorire la sognagione
è la tensione che con levità e rigore Peralta ci raccomanda. Favorire la sognagione è promuovere il rifiorire
della virtù dello s-guardo e,
insieme, coltivarlo. È ritrovarsi sotto
la cupola di un tempio celeste a con-templare il fondo dell’Essere, a
suscitare, nuovamente, una serena meraviglia che dischiuda le migliori potenzialità
dell’umano. Come Benjamin, secondo Adorno, avrebbe ipotizzato “la salvezza di
ciò che è morto”, così per Peralta “nel teatro interiore, il mondo sogna la
propria ‘resurrezione’. Sulla scena esteriore la ‘passione’ è la bellezza sulla
via del Calvario”.
Al poeta, a quest’Icaro
pur fragilissimo, è affidato il compito di far volare la parola, senza però
dimenticare la cupezza dell’epoca, in cui gli dei e i cosiddetti valori sono
trasmigrati o spariti. “Il teatro della soaltà è questo volo di Icaro – scrive
Peralta – in un cielo senza dèi, dentro una scena che ripropone quel volo
all'infinito: l’atto teatrale per eccellenza, nel quale coesistono il rischio e
la sfida, la gioia e la pena, la passione e il tormento”. Il poeta è un
equilibrista che si libra sul filo teso tra sogno e realtà. Di tale
sottilissimo filo il poeta non fa solo una linea di demarcazione, ma,
soprattutto, una linea di congiunzione.
“Perché i fiori –
domanda la figlia di Indra – spuntano dalla sporcizia?”. “Nella sporcizia – le
risponde il padre vetraio – non si sviluppano, per questo salgono quanto più in
fretta possono verso la luce, per fiorire in essa, e morire”. Questo desiderio
di ascensione, di sfuggire alle mende e alla pochezza del vivere, brilla nel
testo di Peralta per cui: “abitare la scena e praticarla è acquisire uno stile
di vita orientato al bello e vissuto in armonia con la natura soale”.
Non frequenta l’incubo
il teatro della soaltà. In effetti si raccomanda alla ragione e il sonno della
ragione (el sueño de la razon, come si legge nel foglio 43 de Los
Caprichos di Goya) genera i mostri. E se volessimo tradurre, pure
sarebbe plausibile, il termine sueño usato
nel Capriccio n. 43 non con sonno ma con
sogno, sì che sarebbe il sogno della ragione a generare mostri? Anche in questo
caso Peralta è accorto e ci avverte che è necessario diffidare anche di un tale
sogno che nella onnipotenza del tecnologico si im-pone.
“Coltivare il canto è
portare la luce nel mondo. La ragione, che si adegua alla Bellezza, riflette e
agisce con senso est-etico. Ed è
questo il nuovo illuminismo. Ad esso volgano il passo i pellegrini del sogno e
della luce”. Soavità e rigore, visionarietà e ironia si congiungono dunque
nella scrittura di Peralta. Essa conosce il balbettio, anzi l’afasia cacofonica
in cui il mondo rischia di precipitare, ma non smette di sognare, da desta, un
più delicato slancio. A buon diritto, dunque, il teatro della soaltà riconosce
tra i suoi antecedenti il teatro dell’assurdo. “Il teatro della soaltà si pone
in continuità col teatro dell’assurdo – scrive infatti – in quanto ne persegue
la medesima finalità: promuovere la ricerca del vero e del senso più autentico.
Tuttavia, al delirio e al vaniloquio esso sostituisce il gusto razionale e
comunica poetica-mente senza essere mai paradossale”. L’assurdo ci ha svelato
il tragico abisso in cui erano risucchiati gli umani. Peralta trae da esso,
però, da buon sognatore ad occhi aperti, l’impulso per una sorta di nuova
metamorfosi. Alla luce della più generosa capacità di guardare, che è la virtù
dello s-guardo.